Ritratti d’annata: 1943

Ci sarebbe molto da dire sulla critica cinematografica italiana e Leslie Howard, e forse prima o poi scriverò su questo argomento. Nonostante la parabola ascendente di Leslie avvenisse in un periodo – gli anni Trenta – che in Italia fu fortemente condizionato dal rifiuto della cultura anglosassone, alcune voci “fuori dal coro” tuttavia si fecero sentire… o meglio, dovrei dire che il carisma di Leslie riuscì a conquistare pochi estimatori abbastanza entusiasti, nonostante il clima poco favorevole. Della tragica fine di Leslie, poi, in Italia si parlò con molto ritardo e del resto, sarebbe assurdo aspettarsi di trovare decine di necrologi nella stampa italiana per una morte provocata da quelli che allora erano ancora i nostri alleati.

Su una vecchia rivista di cinema italiana ho trovato un ritratto commosso scritto da un giornalista, Massimo Dandi, del quale non ho alcuna notizia. La rivista è Star : settimanale di cinema e altri spettacoli, e l’articolo fu pubblicato nel 1945, nel n. 32 del 1° settembre, a p. 3.

C’è qualcosa di molto malinconico, in questo racconto e nell’incontro in casa del torero Domingo Ortega, un evento sociale al quale Leslie, che è in Spagna per un ciclo di conferenze su Shakespeare, si presenta pallido, diafano, stanco, stropicciato e spettinato. Eppure tutti lo trovano elegantissimo, di quella eleganza innata che non aveva perso  neanche in quel momento tragico. Chi conosce la sua biografia sa quanto difficili siano stati per lui quegli anni, che lo hanno segnato profondamente anche nella vita privata. E poi, quell’aria di catastrofe incombente che avvicina due nemici che, se il destino fosse stato più benigno, non lo sarebbero stati a lungo. L’8 settembre è vicino. Ma il destino di Leslie sta per compiersi. “Sono cose difficili da spiegarsi”.

In Spagna durante la guerra

RICORDO DI LESLIE HOWARD

La casa di Domingo Ortega si trovava a trenta chilometri da Madrid, in mezzo alla campagna castigliana. Intorno giravano le vette della sierra, abbastanza vicine; ma, quel ch’è peggio, giravano anche i tori da combattimento che il mostro di Borox allevava amorevolmente per poi cappearli, giostrarli e fulminarli con la spada nelle arene di Spagna. Il titolo di “mostro di Borox” Ortega se l’era guadagnato non so se per la sua eccezionale abilità di torero o per la sua brutta faccia cinese. Tuttavia s’era innamorata di lui la povera marchesa di Amboage (quella del palazzo della nostra ambasciata a Madrid) e aveva voluto sposarlo a tutti i costi. Nella casa di campagna di Ortega, dove la marchesa di Amboage faceva appunto gli onori, ci eravamo trovati quel giorni in un centinaio perché doveva venire Leslie Howard a vedere una “tienta”, una prova di vitelli bravi.

Leslie arrivò con un’automobile dell’ambasciata britannica. Indossava un vestito grigio malfatto, aveva i capelli grigi malpettinati ed una cravatta azzurrina sgradevole; percò ci sembrò elegantissimo. Fumava la pipa. Fu brutto il momento delle presentazioni, perché c’era questo: che Leslie era inglese, io ero italiano ed eravamo nei primi giorni della primavera del ’43, in piena guerra. E adesso – disse la moglio del mostro di Borox quando venne il mio turno – come facciamo? E aggiunse: lei ha niente in contrario se le presento Leslie Howard? Risposi che non avevo nulla in contrario e Leslie Howard rispose altrettanto quando la marchesa di Amboage andò a chiedergli se desiderasse o meno conoscere un giornalista italiano. Così ci conoscemmo. Se non fossimo stati nemici, magari Leslie non si sarebbe neanche fermato a guardarmi e la nostra sarebbe stata una presentazione come tutte le altre. Invece noi eravamo nemici. Fra tutti gli ospiti non ce n’era neanche un mezzo che fosse nella nostra situazione; noi eravamo nemici; noi eravamo i soli due nemici presenti alla festa. Ci sentimmo solidali nella comune disgrazia; ci stringemmo la mano ed io che non sapevo cos’altro dire, dissi il peggio; dissi: siamo nemici, peccato… Leslie alzò un poco le spalle e sorrise appena.

Leslie Howard mi sembrò trasparente più del “Licenciado Vidriera” di Cervantes. Era magro, diafano, come troppo affaticato, ma aveva l’aria di essere per dentro limpido, pulito, chiaro, con le budella più bianche della faccia. Era venuto a Madrid per pronunciare una serie di conferenze su Shakespeare all’Istituto britannico (era ottimo oratore; gli piacevano gli argomenti fragili, speciosi; aveva parlato per tre ore sul tema: “Se Amleto fosse nostro contemporaneo”) e per preparare la sceneggiatura di un film su Colombo. Meditava, insomma, in piena guerra, un film di propaganda italiana. Gli spagnoli lo avevano accompagnato a vedere La Rabida e il Guadalquivir e chissà quante chiacchiere gli avevano riempito la testa. Tanto che volli chiedergli subito se egli avesse pensato ad un Colombo italiano o ad un Colombo spagnolo.

“Italiano, italiano – rispose. E aggiunse: – nei film storici non è indispensabile romanzare le fedi di nascita dei personaggi… – Gli feci notare che, in questo caso, gli spagnoli non l’avrebbero favorito in alcun modo, e Leslie disse: “per gli spagnori troveremo un’Isabella bellissima e castissima…”. Aggiunsi: “…e possibilmente con un’autentica camicia sporca…”.

Leslie Howard parlava e il mostro di Borox stava passando “alla veronica” un vitello di trecento chili. Leslie avrebbe voluto sapere tutto; era ghiotto di notizie, non di quelle che possono interessare in qualche modo un nemico; lui voleva sapere cose da uomo e da artista, sul conto dell’Italia; se i bombardamenti avevano arrecato gravi danni; quali erano i monumenti distrutti; se avevamo provveduto a proteggere la tomba di Dante. Scivolammo infine nella politica, dato che il vecchio e dilettantesco conte di Colombi non riusciva a farsi caricare da un vitellino di sei mesi e ci seccava tutti. Leslie disse che sarebbe stato felice di poter capire Mussolini e di riuscire a rendersi ragione del nostro intervento. “Proprio – disse non riesco a capire; poi, contro gli inglesi, mah…”. “Mah, – feci anch’io. E Leslie: “Non interpretatemi male, ma noi siamo i più scomodi nemici che si possano immaginare, non interpretatemi male… noi siamo fortunati, abbiamo il dono della fortuna costante; capite quel che voglio dire? Sono cose difficili da spiegarsi…”. La faccia gli era diventata fachiresca, ispirata e solenne a tal punto che mi venne istintivamente di chiedergli, come avrei chiesto a un chiromante, quando sarebbe finita la guerra. “Facciamo due anni – rispose Leslie alzando due dita a V come faceva Churchill – facciamo due anni…”. Non riuscii più a togliermi dagli occhi quelle due dita a V.

Tre giorni dopo Leslie Howard partì in apparecchio. Sull’Atlantico i tedeschi gli saltarono addosso e lo ammazzarono. Ammazzarono lui e il connazionale Cristoforo Colombo.

Massimo Dandi

Leslie Howard in Spagna, 1943

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