Leslie Howard (1938)

LESLIE HOWARD

Il vero suo nome è Leslie Stainer. Era impiegato di banca quando scoppiò la guerra mondiale; e sebbene giovanissimo si arruolò volontario. Il fatto è ch’egli mordeva il freno, nel pacifico posto impiegatizio; si sentiva fatto per grandi slanci e pel movimento, voleva adoprare le sue forze – compresse ma appunto per questo più vive; ovvero, sentiva il sangue urgergli, e doveva dargli uno sfogo. La guerra fu accolta da lui come la liberazione. Finita la guerra, Leslie Stainer non volle a nessun costo tormare nella banca – ma dove, dove trovare un nuovo campo di battaglia, sul quale impegnare tutto, dopo aver bruciato dietro di sé i vascelli borghesi? Si ricordò d’un tratto che nella scuola aveva recitato, e recitato con gusto e bravura. Detto fatto: “reciterò anche nella vita”. S’avvicinò energico e coraggioso a un palcoscenico di Londra, e dopo qualche tempo, sia pure oscuramente, poté debuttare: ottenne un ruolo di due minuti esatti in Peg del mio cuore. A questa minuscola esperienza seguirono altre, sempre più decisive: la vita però era dura. Non si contavano gli insuccessi, gli alti e bassi, periodi di disoccupazione. “Ho passato mesi interi alimentandomi solo con tè, latte e pane duro. La mia famiglia stava bene e mi avrebbe aiutato ben volentieri, ma io non volevo che poi mio padre e fratelli potessero burlarsi del mio insuccesso. ” Oggi Leslie Howard, lasciato da gran tempo dietro le spalle il viso sparuto e gli occhi febbrili di Leslie Stainer in cerca di fortuna e di gloria, racconta ciò sorridendo. Lui, l’antiborghese bellicoso degli anni oscuri, è diventato un perfetto borghese – ma, questo è vero, anche un artista. Per Leslie Stainer gli anni duri furono soltanto tre o quattro; egli possedeva sicure doti pel suo mestiere avventuroso, e soprattutto una volontà incrollabile, che gli offriva continue e perenni risorse. Entrato in quell’ambiente con un guardaroba meschino, incominciò presto a essere vestito con la più sobria e albionica eleganza. Le sue giacche con le spalle scese, i suoi pantaloni diritti e stretti, le sue tube perfette – a Hollywood, come i capi di vestiario analoghi del suo compatriota Ronald Colman, sono segnati a dito come gli esempi più puri della pura eleganza inglese. Ma anche a Londra egli fu presto l’attore aristocratico per eccellenza. Fece anche del cinematografo, avendo fondato assieme a Charles Aubrey Smith (oggi famoso e impareggiabile caratterista anziano, con tratti severi e nobileschi, del cinema americano) e, se non erro, al regista Adrian Brunel, una Casa intitolata a Minerva. Howard lavorò anche come regista e soggettista, a quel tempo, poi tutto fu interrotto da una lussuosa scrittura in America – Broadway, Hollywood non ancora. Erano passati soltanto cinque anni (o pochissimi di più) dal suo ruolo di due minuti esatti in Peg del mio cuore. I teatri di Broadway lo accolsero on sommo onore, egli recitò da par suo Shakespeare, il Peer Gynt ibseniano e non so più quali altre opere. Ma tra queste, di sicuro, ce ne fu una scritta da lui stesso, Murray Hill, ch’egli seppe tenere sul cartellone per tre mesi consecutivi, e ci fu una commedia di Frederick Lonsdale (Aren’t we all) che gli procurò il più grosso trionfo novaiorchese e fu tenuta sul cartellone per due anni di seguito. Da allora gli impegni americani lo soffocarono quasi, e per un pezzo non poté ritornare in Inghilterra. Un giorno vi ritornò e i suoi compatrioti lo trovarono ancora più bravo e più raffinato: ma dopo breve soggiorno Broadway lo richiamò, per decretargli autentici onori regali in seguito alla sua più bella interpretazione (resta famosa negli annali del teatro americano), in Outward Bound. La Warner Bros. s’affrettò a fargli interpretare un film intitolato Outward Bound, tratto da quella commedia. S’era agli ultimi momenti di vita del film muto; e Howard non fu contento del suo nuovo contratto col cinema, e giurò che non avrebbe più messo piede in un teatro di posa finché lo schermo non avesse parlato. Si comprende: un attore di teatro non poteva pensare in modo diverso. Il resto è storia che conosciamo tutti.

E Leslie Howard s’è oggi ordinato quasi una doppia vita che si svolge regolare e fortunata. Da una parte le emozionanti finzioni del teatro e del cinema, alle quali egli presta tutto il suo ingegno e le sue capacità di vero artista. Da un’altra la vita famigliare più borghese e felice. E’ difficile trovare fra gli attori un marito e un padre migliore di lui. La sua giornata è tutta metodicamente divisa: giochi con la figlia decenne, lettura, polo, ozi in una vecchia e comodissima potrona di cuoio ch’egli si porta dietro da Londra a New York e viceversa, perché non potrebbe mai trovarne una simile. Il quarantenne (o poco più) Leslie quando si rifugia nella sua casa perde d’incanto ogni marzialità, fascino ed eleganza. Si affloscia beato, mette a posto la sua famosa (e un po’ buffa) collezione di fiammiferi (un dadà , un hobby squisitamente filisteo, inglese e anticombattivo), parla di cose domestiche con la buona moglie e dimentica completamente le poetiche sofferenze di Romeo e le spiritose invenzioni del professore di Pigmalione. Sorride continuamente, aprendo, nel viso da cavallo un giorno acceso di sogni, le tracce appena visibili di una malinconia antica. La quale non può più riaffiorare nella vita d’ogni giorno. Ma essa risplende sui legni del palcoscenico o davanti ai riflettori – e in quei momenti Leslie Howard è ancora un poeta, è ancora un combattente: come quando mangiava tè, latte e pane secco.

Duplice vita, ma unica e sostanziosa personalità artistica. Egli è uno dei più ammirevoli e grandi attori del nostro tempo, com’è del resto testimoniato da uno dei premi più indovinati di Venezia: quello toccatogli, perPigmalione, come miglior attore apparso in quella Mostra.

Questo bravissimo Howard è inarrivabile se indossa un costume settecentesco. Allora ogni suo minimo atteggiamento è legato a quelle vesti leziose e trascinanti, e ne risulta una composizione assolutamente perfetta. Qualche volta egli è stato più potente, più drammatico ecc. che nella Primula rossa, ma non è stato mai così unico, così insostituibile. E altrettanto accadde in un finissimo film fantastico, La strana realtà diPeter Standish. Assolutamente un film howardiano.

PUCK

(“Cinema”, n. 35, 10 ottobre 1938)