Il segreto di Leslie Howard (1958)

The Italian magazine “LEI” was one of the oldest and most popular women’s magazines. The first issue was published in 1933, the last in 1961. Carlo Sprea – who also directed another famous magazine, “Novella” – wrote many short novels and stories for women’s magazines. This article is a good example of fictionized biography, making large use of narrative licence.  Real facts are mixed with literary inventions into an inextricable knot. This is not the real Leslie Howard: the real man transfigured into the fictional hero of a romantic story.

Il segreto di Leslie Howard

Storia drammatica di Hollywood

di Carlo Sprea

Leslie Howard

Nato a Londra il 3 aprile 1893, Leslie Howard proveniva da una famiglia di emigrati ungheresi. Durante la prima guerra mondiale interruppe la carriera di impiegato di banca per entrare in teatro. Raffinato interprete a Hollywood di  circa una trentina di film, ancor oggi, a molti anni di distanza dalla sua morte, è indimenticabile per le sue interpretazioni più famose, in “Schiavo d’amore”, “La foresta pietrificata”, “Giulietta e Romeo” e “Pigmalione”. Era attore, regista e scrittore. Dietro la sua morte, avvenuta durante la guerra, in drammatiche circostanze, si nasconde forse un mistero mai svelato.

Il grosso bimotore di linea civile che collegava Lisbona a Londra, era già pronto ai margini della pista di decollo, quando i dodici passeggeri videro un viaggiatore ritardatario, un grosso uomo con un sigaro fra le labbra, spuntare correndo da una auto giunta all’ultimo momento e affrettarsi verso di loro. La scaletta fu riaccostata per un attimo, lo aiutarono a salire. Visto dai finestrini, l’omone, con una cartella sotto il braccio e il sigaro fra le labbra, assomigliava a Churchill.
Ora l’elenco dei passeggeri, nelle mani della hostess, era al completo. Vi figuravano tredici nomi, e in questo numero superstizioso (la hostess o qualcuno dell’equipaggio lo notò?), faceva spicco il nome di una celebrità, l’attore Leslie Howard, l’interprete di Pigmalione, di Giulietta e Romeo, di Via col vento. Mr. Howard, che a Lisbona aveva terminato un ciclo di conferenze sul cinema, e ora si apprestava a tornare in patria, era stato tra i primi a salire a bordo. Aveva inforcato gli occhiali, sul viso fine, svagato, di intellettuale, e aveva tolto dalle tasche un libriccino nella cui lettura si era immerso e da cui lo aveva distolto, per un attimo, soltanto l’arrivo del passeggero ritardatario. Mr. Howard non gli dedicò più di una fuggevole, distratta occhiata, mentre l’omone, ansante , si abbandonava sul posto libero accanto a lui. Visto da vicino, ora, il passeggero ritardatario non assomigliava più tanto a Churchill, ma a un qualsiasi uomo di affari, affannato per la corsa, e un po’ imbarazzato per il ritardo a cui aveva costretto l’apparecchio. Ignaro di rappresentare, per tutti loro, il destino, per via di quel sigaro piantato a un angolo della bocca.

Il tredicesimo passeggero

Di lui, oggi, non si ricorda neppure il nome. Si sa solo che era il tredicesimo passeggero a bordo dell’aereo su cui volava Howard, e che fumava un sigaro.

Da Berlino era partito l’ordine: “Trovate l’uomo col sigaro”. Non c’era che un uomo al mondo che per Hitler e i suoi collaboratori rispondesse a quella descrizione. Le cose, in quell’anno di guerra del 1943, volgevano al peggio per la Germania nazista. La prima svolta, sanguinosa, era avvenuta quando la bilancia del conflitto aveva smesso di pendere da una sola parte, dopo la battaglia di Stalingrado. Sulle città tedesche erano in corso le rappresaglie aeree. Pochi giorni prima Roosevelt e Churchill si erano incontrati, sul fiume Potomac. Non era difficile immaginare l’argomento in discussione. Lo sbarco in Europa.
Tutta la rete spionistica nazista era in allarme: in Spagna, in Portogallo, nel Nord Africa. Da Algesiras, il 26 maggio, era stato segnalato l’arrivo nella base di Gibilterra del primo ministro inglese, che aveva attraversato l’oceano a bordo di una “fortezza volante”. Il 29 maggio un nuovo rapporto era giunto a Berlino. “L’uomo col sigaro” era ad Algeri, per incontrarsi col comandante in capo delle forze americane in Nord-Africa.
Alle cinque del pomeriggio di quel giorno, l’allora generale Eisenhower sedeva al centro di una tavola insieme al suo capo di stato maggiore Bedell Smith e ai generali Marshall, Brooke, Alexander, Cunningham e Tedder, otre a Winston Churchill. Si era alzato per prendere la parola. “Signori”, aveva annunciato, “siamo qui riuniti per discuter l’operazione Hobgoblin…”.
Hobgoblin era il nome convenzionale per indicare l’inizio dello sbarco nel Mediterraneo e in Italia. I tedeschi non potevano saperlo. Ma il 31 maggio, a Berlino, era giunto un nuovo rapporto. Segnalava che “l’uomo col sigaro” era salito a bordo di un aereo, probabilmente per tornare, via Gibilterra o Portogallo, in Inghilterra. La Gestapo era riuscita a saperlo prima che le sue tracce andassero perdute. E la parola d’ordine era divenuta frenetica: “Cercate l’uomo col sigaro!”. I tedeschi avevano deciso di effettuare il più audace colpo di tutta la guerra: abbattere in volo l’aereo su cui si trovava il primo ministro inglese.
Tutte le centrali di spionaggio, lungo la presumibile rotta dell’aereo, erano di nuovo in allarme. Churchill aveva lasciato l’Africa, ma dove si trovava ora? Entro poche ore il progetto, destinato a bilanciare con una vittoria propagandistica i funesti presagi che gravano sulle forze dell’Asse, sarebbe riuscito o fallito inevitabilmente. Ogni aeroporto era sorvegliato. Ad Algesiras, Madrid e Lisbona.
E da Lisbona, ventiquattro ore più tardi, il 1° giugno, era partito sulle onde dell’etere il dispaccio cifrato che squadriglie di Messerschmidt, nelle loro basi segrete, scaglionate nella Francia occupata, attendevano pronte da ventiquattro ore per prendere il volo in qualsiasi istante: “Ordine di intercettare l’aereo della linea civile Lisbona-Londra. I nostri agenti segnalano che tra i passeggeri si trova il primo ministro inglese. L’ordine è di abbattere l’apparecchio.”
In qualche punto, sulla manica, da un paio d’ore, l’aereo coi tredici passeggeri a bordo viaggiava tranquillamente. La giornata era calma e limpida, malgrado che nel mondo infuriasse la guerra.
Da un paio d’ore la celebrità di bordo, Leslie Howard, era assorto nella lettura del suo libro, con gli occhiali inforcati.
Il grosso uomo d’affari che assomigliava a Churchill, sonnecchiava.

Mary Pickford e Leslie Howard in Segreti

Leslie Howard e Mary Pickford in “Segreti”, l’ultimo film in cui la “fidanzata d’America” apparve sullo schermo, ancora in un ruolo di ragazzina benché già più che trentenne. Leslie Howard recitò accanto alle più famose attrici di Hollywood, ma la sua “partner” più perfetta fu Bette Davis. Insieme a lei interpretò due film di grandissimo successo, “Schiavo d’amore” e “La foresta pietrificata”. Quest’ultimo film rivelò un altro grande talento hollywoodiano: Humphrey Bogart.

Un personaggio indimenticabile

La hostess aveva finito di distribuire caramelle ai passeggeri. O forse era accanto al telegrafista che, da pochi minuti, era già entrato in contatto con la torre di controllo dell’aeroporto di Londra.
Poi apparvero i Messerschmidt.
Un ironico destino volle che la fine di Leslie Howard fosse violenta quanto tranquilla era stata la sua vita. Nato a Londra il 3 aprile 1893, egli si era avviato, dopo gli studi universitari, alla carriera bancaria, e la prima guerra mondiale lo aveva sorpreso alla scrivania di un polveroso ufficio della City. Leslie Howard Steiner a quel tempo aveva ventun anni ma del periodo trascorso all’università aveva riportato l’amore per la vita intellettuale e non il fisico di un atleta. Scartato alla visita militare, e incapace d’altra parte di tornare alla sua contabilità bancaria mentre la guerra era in corso, il giovanotto era entrato a far parte di una formazione teatrale che dava spettacoli per le truppe al fronte.
Così anche Leslie Howard fece la sua parte in guerra, facendo ridere i tommies delle retrovie con le battute de La zia di Carlo, e cercando di far coprire con le risate l’eco tetra dei colpi dell’artiglieria. Una volta, vestito da ufficiale perché così richiedeva la parte di una delle commedie in repertorio, giunse ad un caposaldo che aveva appena subito un attacco nemico. Un grosso sergente, coperto di fango, e con un braccio insanguinato al collo, si fece incontro al camion da cui Leslie Howard era sceso. Barcollando per la stanchezza, il graduato cercò di mettersi in posizione d’attenti.
“Non ci aspettavamo che al comando fossero così solleciti, capitano..” disse.
L’attore ebbe solo un attimo di esitazione. Poi restituì il saluto.
“Cosa succede'” si informò.
“Gli uomini sono spaventati. Siamo rimasti senza ufficiali cinque minuti dopo l’attacco…” Il sergente esitò, colto da un lieve dubbio. Gli sembrava di trovarsi davanti a un ufficiale maledettamente giovane per i galloni che portava. “Spero che non ci sia uno sbaglio, e che siate proprio l’ufficiale promessoci dal comando… Abbiamo avuto molte perdite, e agli uomini farebbe bene sapere che il nuovo capitano è già qui…”
“Certo che sono il novo capitano”, rispose con sicurezza, comprendendo la gravità del momento. “Dunque, raggiungiamo i vostri uomini, sergente…”
E fu, nelle tre ore che seguirono, un perfetto ufficiale. Non c’erano, d’altronde, ordini complicati da dare. C’era solo da attendere, finché all’alba, il vero capitano e i rinforzi giunsero sul posto.
Quando la guerra finì, Leslie Howard non tornò alla scrivania del suo ufficio di banca nella City, ma decise di continuare. oltre Atlantico, la carriera che aveva intrapresa. Debuttò a Broadway, nel 1920, con Prova a immaginare, ed arricchì la sua esperienza di teatro dedicandosi alcuni anni dopo alle sue prime regie con l’Amante fantasma e La strana realtà di Peter Standish. Si era rivelato attore dotato di un finissimo, svagato humour, ma anche, se necessario, di pensosa e penetrante umanità. Quando il sonoro rivoluzionò Hollywood, una folta schiera di importanti attori di Broadway fu chiamata a sostituire i molti divi del muto bruscamente scomparsi dallo schermo. Ed anche Leslie Howard.
Nei dieci anni che seguirono, egli occupò, nel turbinoso mondo di Hollywood, un posto a sé. In un’epoca in cui il divismo furoreggiava, fu forse l’unico a non avere la chiassosa personalità del divo. In lui c’era un magico, sottile fascino che doveva farne un personaggio caro soprattutto al pubblico di più sottile palato. Una indimenticabile figura dello schermo.
Nel 1928, Leslie Howard aveva girato il suo primo film, Verso l’ignoto. L’anno seguente William Randolph Hearst, il ricchissimo editore di giornali che controllava uno dei più forti pacchetti azionari della Metro Goldwyn Mayer, aveva chiesto a Marion Davies, la stella che grazie al suo favore era a quel tempo una delle regine di Hollywood, quale regalo desiderasse per il suo compleanno. “Fare un film con Leslie Howard”, disse Marion Davies, stanca di perle e diamanti.
“Mia cara, avrai questo regalo, se tanto ci tieni”, Hearst promise.
Per due volte, con La figlia del desiderio e Cinque e dieci, Leslie Howard e Marion Davies furono insieme. Un’altra bellezza, bruna questa volta, la messicana Conchita Montenegro, fu la sua partner ne La voce del sangue, e nello stesso anno, il 1931, Leslie Howard completò il cast di un famoso film, Io amo, insieme a Clark Gable e Norma Shearer.
Recitò poi al fianco di tutte le migliori attrici di quel periodo. Con Ann Harding in Devozione, poi di nuovo con Norma Shearer e Fredric March in Catene. Fu il partner di Mary Pickford in Segreti, l’ultimo film interpretato dalla “fidanzata del mondo”. Con Myrna Loy interpretò una garbata commedia, The animal kingdom (Il regno animale). Fu il tormentato protagonista di Schiavo d’amore e il poeta vagabondo de La foresta pietrificata accanto a Bette Davis, la sua più affiatata e più intelligente compagna. Poi indossò il costume del lezioso e ironico personaggio de La primula rossa, in cui ebbe accanto a sé Merle Oberon, e fu l’ardente Romeo nel dramma di Shakespeare, ancora con Norma Shearer. Creò la satira di un nuovo svagato tipo di intellettuale, forse la satira di lui stesso, nel Pigmalione di Shaw, e fu ancora l’appassionato violinista di Intermezzo, accanto a Ingrid Bergman, e il vano amore di Rossella impersonata da Vivien Leigh in Via col vento.

Leslie Howard e Norma Shearer in Giulietta e Romeo

Con Norma Shearer, un’altra non dimenticata “stella” dell’epoca tra le due guerre, Leslie Howard interpretò “Giulietta e Romeo”, di cui vediamo una scena nella nostra illustrazione, “Catene” e “Io amo”. Pochi mesi prima della sua morte, ne “Il 49° parallelo”, Leslie Howard aveva recitato accanto a un altro grande attore, della sua stessa raffinata classe, l’inglese Laurence Olivier.

La vita è povera d’amore…

In Schiavo d’amore, Leslie Howard aveva interpretato la parte di un uomo che un’imperfezione fisica, un piede deforme, spinge a cercare la compagnia di una donna indegna di lui, che lo ama e lo deride a un tempo. Un amore altrettanto sfortunato segnò, nella realtà della vita, la giovinezza di Leslie Howard, che, a Londra, aveva conosciuto e lungamente amato una sua coetanea. La ragazza poi, quando si era stancata della timida adorazione del giovane, si era sposata con un anziano commerciante.
Leslie non aveva ancora venti anni, quando questo era accaduto. E quella pur banale storia aveva inciso in modo indelebile sul suo animo. Per tutta la vita, dietro l’ironia dello sguardo, Leslie Howard aveva nascosto una specie di ferita diffidenza nel confronto di tutte le donne. Anni dopo, quando si sposò, il suo matrimonio fu di breve durata. Ebbe però un figlio, Ronald, che oggi segue, con modesta fortuna, le tracce paterne sui palcoscenici inglesi. Ma dopo quella prima giovanile infelice esperienza e quel matrimonio fallito, l’uomo capace di dare delicati accenti di poetica verità al personaggio di Romeo, cessò di credere nell’amore.
“Di amore,” Leslie Howard scrisse una volta nella lettera a un amico, “sono pieni i libri. E ne è così povera, invece, la vita.”
Leslie Howard si era rifugiato nei suoi libri e nella sua arte. A Londra, a Hollywood o ovunque si trovasse in viaggio, una dozzina di casse di libri lo seguivano. Questa era la parte “più indispensabile” dalla sua biblioteca. L’altra, che contava decine di migliaia di volumi, ed era stata valutata una cifra sbalorditiva, conteneva manoscritti rarissimi , alcuni dei quali sono oggi custoditi al British Museum.
Poco più che trentenne, Leslie Howard aveva scritto e fatto rappresentare a New York la sua prima commedia. In Pigmalione, aveva diviso insieme ad Anthony Asquith la responsabilità della regia. Vanity Fair, e un’altra famosissima rivista, il New Yorker, sospirata meta di tutti i giovani scrittori americani, avevano aperto alla sua collaborazione settimanale tutte le loro colonne di critica cinematografica. Degli ultimi due suoi film, Leslie Howard era stato a un tempo protagonista e regista. Si trattava de La primula Smith e de Il primo dei pochi, entrambi film di propaganda antinazista.

La primula Howard

L’ultimo messaggio che fu raccolto dalla radio di bordo dell’aereo su cui viaggiava Leslie Howard fu: “Siamo attaccati dal nemico…” Anni dopo, nelle sue memorie, Winston Churchill doveva dedicare alcune pagine all’episodio della scomparsa di Leslie Howard. L’apparecchio a bordo del quale il primo ministro inglese si trovava veramente, insieme a Eden, aveva compiuto lo stesso viaggio due giorni dopo la sciagura, ma resi prudenti da quanto era accaduto, equipaggio e scorta avevano seguito una rotta diversa.
Questa la versione ufficiale dei fatti che però, ancor oggi, non appare del tutto convincente. E’ strano ad esempio che ancora un anno dopo la scomparsa di Leslie Howard non fosse stata assegnata una data precisa alla morte dell’attore inglese. su un annuario del 1944, in luogo di quella data, vie è un punto interrogativo.
Ed è strano che i tedeschi potessero illudersi che l’uomo che reggeva le sorti dell’Inghilterra si trovasse a bordo i un aereo civile, disarmato, quando aveva a sua disposizione tutte le risorse di una nazione in guerra.
E’ veramente Churchill che i tedeschi cercavano? Ma è strano anche che i tedeschi dessero la caccia a un uomo che odiavano per cogliere, casualmente, un altro uomo che avrebbero avuto ogni ragione di odiare altrettanto profondamente. La caustica satira de La primula Smith non aveva certo giovato alla causa nazista e ai suoi gerarchi. Leslie Howard interpretava il ruolo di un professore di archeologia che, insieme a un gruppo di giovani studenti, percorre la Germania di Hitler nascondendo la sua attività di oppositore al regime dietro il falso scopo delle ricerche archeologiche. In una delle ultime sequenze del film, in un posto di polizia di confine, il protagonista veniva smascherato da un gerarca nazista. Nella semioscurità, una sigaretta accesa all’angolo della bocca, il cappello floscio abbassato sullo sguardo, il “professore di archeologia” sfidava la pistola puntata contro di lui con un implacabile atto di accusa. Poi la pistola sparava, e una risata di scherno faceva eco ai suoi colpi. La “primula” era oltre la sbarra di confine e avrebbe continuato la sua lotta.
Vale la pena di chiederselo ancora una volta. Era veramente Churchill che i tedeschi cercavano? Certo non è facile supporre che disturbassero dei caccia per abbattere l’interprete della Primula Smith. Ma è piuttosto strana anche la presenza di Leslie Howard, in una città come Lisbona che a quel tempo era una delle più forti centrali di spionaggio di tutta la guerra, ed è strano che egli trovasse il tempo, in piena guerra, per dedicarsi a delle conferenze sul cinema.
Con sé, Leslie Howard portava dei rulli di pellicola, denunciati alla dogana come “documentari filmati”…
Un’antica tradizione dello spionaggio inglese è sempre stata quella di scegliere i suoi agenti più fidati non tra persone prezzolate, ma tra uomini di vasta cultura e prestigio. Scrittori famosi furono, nell’una e nell’altra guerra, agenti del servizio d’informazione britannico.
Non rimane che un piccolo passo per supporre che ben altro fosse la missione con cui Leslie Howard, quel 1° giugno 1943, tornava da Lisbona in patria. Una missione affidatagli dall’Intelligence Service.
Questo forse è il vero segreto della morte di Leslie Howard. Questo forse i Messerschmidt tedeschi cercavano, con le canne delle mitragliatrici pronte a far fuoco, sopra il cielo della Manica: non Churchill ma la primula Howard.

Ingrid Bergman e Leslie Howard

Nel 1939, poco dopo il suo arrivo in America dalla Svezia, Ingrid Bergman interpretò “Intermezzo” con Leslie Howard. Ingrid aveva allora ventidue anni, Leslie Howard ne aveva quarantasei, ma il suo prestigio di attore era sempre altissimo nel firmamento di Hollywood. Molti “divi” sono oggi dimenticati, mentre, a quindici anni dalla sua scomparsa, il ricordo di Leslie è ancora vivo.

(Lei, 29 marzo 1958)

Advertisements