Leslie Howard, il poeta (1938)

Leslie Howard, il poeta

Leslie Howard ha offerto al cinematografo l’unico grande dono che a quest’arte possa offrire il teatro: la poesia. E’ stato il dono del teatro inglese al cinema americano. Quando lo vedemmo, cavaliere e spadaccino, nella Primula Rossa, sentimmo di avere a che fare con un amico il quale mai avrebbe tradito le sue promesse. Ma in quel film inglese lo ammirammo per quella meravigliosa baldanza che dovevamo, più tardi, amare nell’Errol Flynn di Capitan Blood.
Il poeta doveva sbocciare, invece, dopo Segreti, dopo Catturati e dopo L’Agente britannico, nel pieno della sua tenerezza, nel suo quarto film americano, nella Foresta Pietrificata, l’antifilm, il film nato e fondato su una magnifica commedia di Sherwood, autore inglese. Infatti l’autore e l’attore hanno creato un personaggio inconfondibile come classe e come razza, un sognatore, e così Alan Squier, il giovane letterato che non aspetta più nulla dalla vita, tanto esperto da parer ingenuo e tanto innamorato da parer indifferente, ha cancellato dal nostro labile ricordo le gesta di Sir Percy per crearvi un posticino suo che nessun altro personaggio potrà mai riscattare.
Da Sherwood, come per una missione, Howard è saltato sul suo Olimpo, e nel nostro cuore, vicino a Alan Squier, ha trovato posto Romeo, un Romeo inaspettato, un Romeo (diciamolo pure) brutto e quasi vecchio, fotografato senza cura, col volto quasi sempre in ombra. Ma ascoltanto la colonna sonora di Giulietta e Romeo Shakespeare avrebbe avuto la più grande ricompensa alla sua arte di poeta perché forse mai nessun attore di nessun tempo ha cantato l’amore di Romeo con più commossa verità di Leslie Howard. La sua parlata inglese e purissima, la sua dizione magistrale, davano vita all’eterno miracolo della nascita della poesia: da quell’amore e da quella creatura non potevano nascere altre parole. E dopo il duetto dell’allodola, riverso lul letto Giuletta, gli occhi annebbiati, non si sa se da lagrime di tenerezza o se da lagrime di infantile paura, le parole sono: — Ho più desiderio di rimanere che volontà di andarmene. Vieni, morte, e sii la benvenuta! Giulietta stessa vuole così. Va bene, anima mia?… Discorriamo, non è ancora giorno –. Questo passaggio, questa rinuncia alla vita pur di trascorrere ancora un istante vicino alla sua compagna e la naturalezza con cui riprende il discorso che il timore aveva interrotto, danno i brividi anche nel ricordo.
Egli, infatti, conosce Shakespeare come fosse un contemporaneo, egli ne capisce le astrusità e le immagini come i suoi colleghi di California capiscono i gags americani; con Romeo egli ha realizzato un sogno di Thalberg, dal quale egli ha ereditato il desiderio di tradurre tutto Shakespeare in cinematografo, a dispetto della maggior parte dei produttori di Hollywood. E da Amleto, del quale sul teatro, ha dato una memorabile interpretazione, vorrebbe ora trare un grande film. Chi altro, dunque, potrebbe dare allo schermo Amleto, se non Leslie, il maestro delle sfumature?
Di ogni sfumatura è padrone il suo sorriso: Un lento sorrisino gli traspare dal volto anche nei momenti più tragici; direi quasi che è il piedistallo sul quale egli si innalza al disopra di tutti gli altri attori, è la spinta della poesia. Esso fa di ogni sua tristezza una struggente malinconia che lentamente si dissolve in una gioia grigia e pura come un’alba sull’acqua. Adesso Howard ha voluto dar copo a questo sorriso, fare di un lembo di cielo chiaro una grande giornata di azzurro ed è, improvvisamente, con L’avventura di mezzanotte, diventato un attore non comico, come è stato detto, ma faceto, e la sua facezia dona allo spettatore una lunga pace, anziché stuzzicarlo con un’improvvisa risata: è, diciamolo ancora una volta, il sorriso del poeta.

P.

(Film, March 5, 1938)